Ragazzi e dipendenza da social media

27 apr 2017 - di Roberta



 
In un recente articolo del New York Times lo psicologo Adam Alter metteva in guardia adolescenti e meno giovani dai pericoli rappresentati dalla tecno-dipendenza. Alter, che insegna alla New York University ed è autore del libro “Irresistibile: the Rise of Additive Technology and the Business of Keeping us Hooked”, considera il rapporto con i media digitali una dipendenza comportamentale paragonabile alle dipendenze da sostanze chimiche come la nicotina o la cocaina. Secono uno studio recente i like su Facebook innescano nel nostro cervello una reazione simile a quella che si scatena quando si mangia una tavoletta di cioccolato o si vince una somma di denaro: l'approvazione sociale veicolata attraverso i social network provoca il rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore che stimola le aree legate alla gratificazione e quindi ci fa sentire bene, creando potenzialmente dipendenza. Per un adolescente è come se il proprio smartphone fosse una pompa di dopamina e quindi di sensazioni piacevoli sempre a portata di mano, con cui si stabilisce una relazione affettiva. Per questo alcuni videogiochi sono costruiti per fornire un feedback costante, con meccanismi simili a quelli delle slot machine, mentre i social networks hanno feed di notizie che non finiscono mai e che quindi possono potenzialmente tenerti agganciato 24 ore su 24.
 
Il problema della tecnodipendenza è particolarmente sentito in tutto l’Estremo oriente dove Cina e Korea del Sud stanno valutando leggi per tutelare i bambini e scoraggiare l’uso dei videogiochi nelle ore notturne. Alcuni studiosi arrivano ad ipotizzare che il calo costante nell’ultimo decennio dell’uso di alcool e droghe da parte degli adolescenti americani sia in realtà da imputare al fatto che i giovani abbiano trovato nuovi stimoli e costante intrattenimento in pc e smartphones. Una teoria affascinante, che non spiega però perché l’uso sia calato dai 12 ai 17 anni ma rimanga costante tra gli studenti universitari.  
Inoltre, rispetto alla tecnologia, i genitori tendono a proiettare le proprie paure sul comportamento dei figli, più che ad avere una visione obiettiva del proprio: secondo una ricerca di Commonsense Media il 59% dei genitori pensa che i propri figli siano dipendenti dai dispositivi mobili, mentre solo il 27% di loro crede di esserne dipendente in prima persona. In realtà, i giovani tra i 18 e i 34 anni sono meno ossessionati dai social media rispetto alla generazione precedente. Chi sembra trascorrere più tempo a controllare il proprio profilo Facebook, Instagram e Twitter è proprio la fascia degli immigrati digitali, quella tra i 35 e i 49 anni. Questo dato ci induce a sperare che le nuove generazioni sapranno sviluppare naturali difese immunitarie rispetto al cattivo uso della tecnologia. 
 
Nel frattempo, possiamo seguire il suggerimento del professor Atler e vivere momenti della giornata lontani dagli schermi, come se fossimo ancora negli anni Cinquanta e possiamo dare il buon esempio, ricordandoci che cosa i nostri figli non apprezzano quando usiamo il telefonino. Oppure potete provare a disintossicarvi dalla tecnologia con la nuova app Forest, piantando girasoli... ovviamente virtuali.
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