Un libro per capire che “I giovani non sono una minaccia”

Pauline prende il suo smartphone dallo zaino e mi fa vedere un TikTok che ha appena pubblicato. Utilizzando alcune funzionalità che l’app mette a disposizione, tra cui quella di corredare i video con dei testi, scrive che sua mamma è di origini francesi e suo papà italiano. Il video va avanti, si vedono delle mani che incontrano altre mani, poi appare la scritta: «Sono italofrancese».

Pauline ha 15 anni e usa TikTok da quando l’applicazione si chiamava ancora Musica.ly. Il video che ha realizzato è molto ben fatto: i movimenti di Pauline, i testi di accompagnamento, le immagini, tutto è armonizzato alla perfezione, tutto segue il ritmo della musica. Mi complimento con lei e le chiedo come mai abbia deciso di raccontare ai suoi numerosi follower le proprie origini. «Alcuni ragazzi che seguivo lo facevano – mi risponde con semplicità – e ho pensato che avrei potuto provarci anch’io. La musica mi piaceva, ho girato il video».

Mai avrei pensato di trovare su TikTok, applicazione spesso al centro di feroci critiche, dei video in cui i ragazzi parlano con orgoglio delle proprie origini. Mosso dalla curiosità, mi sono messo a cercare altri video realizzati con la stessa base musicale scelta da Pauline per il suo, e mi sono ritrovato a guardare i lavori di tanti giovani provenienti da tutto il mondo. Mi sono soffermato su quello di una ragazza statunitense, seguita da 35 mila persone, che, ballando e sorridendo, ha scritto, a conclusione del suo lavoro: «Mia mamma è morta quando avevo due anni. Mio papà se n’è andato quando sono nata. Nessuna idea di quello che sono. Adottata». Il suo Tik-Tok aveva ricevuto 53.000 like.

I giovani sono scomodi, spesso irruenti, a volte irrispettosi. Vogliono l’impossibile, cercano di spingersi sempre un po’ oltre il limite. Soprattutto, i giovani, riescono a mettere in scacco il discorso degli adulti. Con l’autenticità e la spregiudicatezza tipiche della loro età. I giovani non si nascondono di fronte alle contraddizioni del mondo, e una comunità, se vuole sopravvivere, ha bisogno di loro, della loro tensione all’innovazione. Ciononostante, ogni comunità vive la spinta al cambiamento propria della gioventù come una minaccia.

Paolo, uno dei ragazzi tra i 12 e i 18 anni che ho incontrato e intervistato per questo libro, mi ha parlato di Twitch, una piattaforma attraverso cui è possibile giocare ai videogame in streaming. Gli streamer sono gli utenti che giocano live e, come si può ben immaginare, su Twitch, come su tutte le piattaforme, esistono streamer molto famosi. Il più popolare oggi è Ninja, un ragazzo di 28 anni, che ha parecchi milioni di iscritti al suo canale, e che nel 2018, grazie alla piattaforma, ha incassato quasi 10 milioni di dollari.

Una delle possibilità che Twitch offre ai suoi utenti è quella di fare delle donazioni agli streamer. Chiedo a Paolo se lui ha mai fatto una donazione. «Sì – mi risponde –, un paio di volte. Ho donato qualche euro a un ragazzo che secondo me era molto bravo». Gli chiedo di raccontarmi qualcosa in più. Trovo interessante il fatto che un quindicenne doni parte dei suoi soldi a uno streamer che non ha mai conosciuto. «Intanto – mi corregge – io lo seguo quasi tutti i giorni, quindi di fatto lo conosco. Poi lui si sottopone a delle live lunghe anche sei ore, e mi pare giusto dargli un piccolo contributo, fa una cosa che mi diverte. Ti faccio un esempio: tu lo paghi il canone RAI? Per me è la stessa cosa. Solo che io pago quanto voglio per un servizio che decido io, mentre tu paghi e non decidi cosa vedere».

Non è per niente facile sintonizzarsi sulle frequenze dei giovani. Ed è proprio questa distanza, questa difficoltà a comprenderli, che rischia di farli percepire come una minaccia. A complicare il quadro, poi, ci si mette anche il fatto che, certe volte, sono loro stessi che desiderano essere considerati una minaccia. Ma questo è un problema degli adulti. I ragazzi è bene che continuino a fare le proprie esperienze, a interpretare in maniera creativa il mondo in cui sono nati, a seguire il loro naturale percorso. Anche se sono costretti a fare i conti con una generazione di adulti che fatica a riconoscerne le specificità. Il problema, piuttosto, è che gli adulti, quando hanno paura, tendono a reprimere, e le numerose campagne di controllo, di medicalizzazione e di patologizzazione dei giovani, ne sono l’evidenza: l’adolescenza è una malattia da curare e, per evitare che sfoci in devianza, i genitori devono essere formati da esperti che gli permettano di esercitare al meglio la propria funzione.

Ma l’adolescenza non è una patologia (sic!), è il momento in cui qualcosa ha inizio. L’identità, le relazioni, gli amori, le passioni iniziano durante l’adolescenza. E, ahimè, tutti gli inizi contengono in sé un qualche elemento di separazione, un momento di rottura con il passato, una scoperta che cambia l’ordine delle cose. Per questo motivo l’adolescenza è un tempo complicato.

Questo testo  è un estratto del libro “I giovani non sono una minaccia. Anche se fanno di tutto per sembrarlo” scritto dallo psicoterapeuta e collaboratore di Mamamò Alberto Rossetti. Il libro, con la prefazione dello scrittore Paolo di Paolo, è pubblicato da Città Nuova ed è disponibile in tutte le librerie. Tutti i diritti riservati a Città Nuova.