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Come insegnare la tutela della privacy ai ragazzi?

Tutela della privacy

“Non dare mai il tuo nome e cognome, indirizzo in rete”

 “Attento che quello che condividi in rete, non è più tuo”

“Non dare l’amicizia a sconosciuti”

Queste sono regole relative alla tutela della privacy assolutamente condivisibili, ma che molti di noi adulti nella propria esperienza di vita, professionale, di partecipazione e di volontariato, hanno violato. Ad esempio, con molte persone conosciute in prima istanza solo online abbiamo intessuto rapporti che ci hanno permesso di creare occasioni di scambio e crescita.

Va bene, vale per molti adulti, ma con i ragazzi come la mettiamo? Loro sono ragazzi e hanno bisogno di regole!

E’ verissimo, ma anche ragazzi e ragazze, anzi loro più di noi, sentono il bisogno naturale, comune a ogni essere umano, di relazionarsi, comunicare e condividere. La rete risponde pienamente e in modo immediato a queste esigenze.

Esiste la possibilità di far stare insieme le opportunità di partecipazione e relazione che la rete offre e la legittima esigenza di tutela della privacy, soprattutto per i minori?

Proviamo a pensare alla privacy come ad un nuovo argomento da studiare:

  1. Mi faccio domande

Un primo passo è porsi delle domande come abbiamo provato a fare noi nelle righe qui sopra.

Tutti vorremmo per l’educazione dei nostri figli ricette preconfezionate e valide universalmente: non esistono! Bisogna insegnare ai ragazzi a farsi domande e farcele noi con loro.

La rete ci pone di fronte situazioni di interazione nuove, che ci chiedono di ‘mettere le mani in pasta’ per capire che criticità ci si può trovare davanti e come affrontarle in modo creativo ed educativo.

Bambini e adolescenti in rete sottovalutano le conseguenze delle loro azioni e corrono pericoli condividendo informazioni e dati personali. Questo però succede proprio perché sono bambini e adolescenti e il loro cervello sta ancora sviluppando la capacità di fare ipotesi e prevedere gli effetti delle proprie azioni.

Compito nostro è quello di aiutarli a sviluppare senso critico e valutare la ricaduta di ciò che condividono.

Farsi domande e cercare risposte con loro è un ottimo punto di partenza:

“Diresti a uno sconosciuto che passa per strada dove vai a scuola o dove ti alleni?” “No, ma ti pare!?”  “Allora perché condividi foto e video pubblici con la divisa della scuola o della tua società sportiva? Così non gli stai dicendo dove vai a scuola e dove ti alleni?”

  1. Risolvo problemi

Accompagnando nell’uso di strumenti tecnologici, è importante che gli adulti comunichino chiaramente ai ragazzi che internet non è né il far west né la giungla, dove se ci entri  devi sperare che vada tutto bene, altrimenti stanne fuori. In rete ci sono delle regole, e prima di tutto vigono tutte le regole e leggi della società civile.

In più sono io che posso e devo scegliere cosa pubblicare, sono io che scelgo chi può vedere e cosa. Non scegliere è una scelta! Ogni social ha delle opzioni privacy, che io devo conoscere e utilizzare e utilizzare in modo consapevole e intelligente.

“Quindi non basta che io tuteli la mia privacy mettendo il mio profilo Instagram privato, quando poi ho 3572 follower?” “No, ma per te è importante avere tanti follower? Inizia togliendo la geolocalizzazione, così almeno non tutti e 3572 indiscriminatamente sanno dove abiti e che luoghi frequenti.”

  1. L’importanza di avere le basi

Sapere come funziona un social, una istant chat o una app, saper impostare le opzioni privacy è importante. Tuttavia molti bambini e ragazzi, pur sapendolo fare, continuano a inviare i propri dati personali in rete, il proprio indirizzo, numero di telefono e di carta di credito dei genitori, molti accettano di incontrare persone conosciute solo online.

Questi comportamenti ci fanno giustamente paura e possono farci pensare che la soluzione migliore sia “spaventare” i ragazzi mettendoli in guardia da tutti, ma proprio tutti i pericoli che corrono. Purtroppo, questo non risolve il problema.

I dati più recenti (EU Kids Online 2017 -gennaio 2018) ci dicono che i ragazzi sono sempre più consapevoli dei pericoli che corrono in rete e che incontrano navigando. Ma poi cosa fanno quando si trovano di fronte a un rischio? La maggior parte di loro risponde “nulla”: ignorano il problema o aspettano che si risolva da solo (35%), oppure si limitano a chiudere la pagina web o l’app su cui stanno navigando (27%). Solo una minoranza (10%), in seguito a un’esperienza negativa, dichiara di aver modificato le proprie impostazioni di privacy.

Elencare ai ragazzi i comportamenti che non devono avere o vietarli, non ci metterà al riparo dalla possibilità che decidano di correre rischi condividendo le proprie immagini, che abbiano profili pubblici per ricevere tanti like o cuoricini, che si scambino le password come prova d’amore, che possano sentirsi lusingati dall’attenzione che gli dedica uno sconosciuto online.

Perché il bisogno di conferma, attenzione, riconoscimento rende accettabile per loro correre dei pericoli? Perché non si difendono attivamente quando si trovano in situazioni rischiose online?

La formazione tecnica non è sufficiente, se non capiamo perché agiscono certi comportamenti, come si sentono, cosa desiderano e se non li ascoltiamo. Senza basi è impossibile mettere le altezze: senza un’educazione emotiva, affettiva e relazionale tutti i discorsi che facciamo sulla privacy risulteranno senza fondamenta solide.

  1. Generalizzare quanto si è imparato

Ad ogni età, ognuno è responsabile della propria privacy. Fin dal primo momento in cui inizia a postare contenuti e immagini, deve essere chiaro che questo può avere conseguenze sulla propria vita personale ma anche professionale: i contenuti pubblici condivisi online raccontano positivamente o negativamente la nostra storia ora e continueranno a farlo anche tra molti anni.

Tuttavia la tutela della nostra privacy non dipende solo da noi: altri possono pubblicare nostre foto, filmarci, taggarci.

Assicuriamoci che i ragazzi sappiano che possono richiedere la rimozione o il blocco dei contenuti non graditi che siano stati diffusi in retecome foto e video imbarazzanti e offensivi, post sui social network con offese, insulti, minacce (legge 29 maggio 2017, n. 71 Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo)

E ultimo, ma non per importanza, la privacy è una responsabilità ma anche un diritto, non solo per noi.

Ricordiamo sempre che foto e video, commenti su altre persone, sottostanno alla normativa italiana relativa alla protezione della privacy: le immagini altrui vanno utilizzate con rispetto e prima di postare un contenuto devo valutare le possibili conseguenze negative delle mie azioni sulla reputazione dell’altro. Gli altri hanno diritto alla propria privacy, esattamente come noi; se me ne scordo, posso incorre in un illecito di cui dovrò rispondere -io in prima persona o i miei genitori-, ma soprattutto fare molto male ad altre persone.