Hikikomori: il fenomeno degli adolescenti chiusi in camera con il computer

sindrome hikikomori

Paolo ha 17 anni. Da circa un anno non esce da camera sua. Vive di notte, va a dormire quando sorge il sole e si alza a metà pomeriggio. Non solleva mai le tapparelle della camera per non essere disturbato dai rumori della strada e dalla luce del sole. Mangia quello che i suoi genitori gli portano in camera oppure di notte, mentre tutti dormono, apre il frigo e prende quello che trova. Il tempo nella sua camera è riempito dal computer: giochi online, serie TV, anime giapponesi, manga, YouTube. Lo smartphone gli serve solo per avere un accesso a questi contenuti mentre si corica sul letto, ma non lo usa per comunicare. Paolo, infatti, non ha alcun genere di relazione con altri esseri umani che non siano, per quel poco che li vede, i suoi parenti.

Hikikomori

La storia di Paolo è simile a quella di migliaia di altri adolescenti in Italia. Difficile però dire quanti siano, non esistendo una diagnosi riconosciuta ed essendoci ancora molta confusione “teorica” attorno a questo fenomeno. Secondo uno studio condotto dal Minotauro di Milano, però, potrebbero essere almeno 30.000 i ragazzi che vivono in queste condizioni e sono per lo più di sesso maschile.

I primi a parlare di hikikomori sono stati i giapponesi all’inizio degli anni ’80. Lo psichiatra Tamaki Saito osservò un numero elevato di adolescenti che abbandonavano la scuola, interrompevano le relazioni sociali ritirandosi all’interno della propria camera per molto tempo. Da qui la parola hikikomori, che significa “isolarsi”

Cosa spinge un ragazzo a chiudersi in casa?

Diciamolo subito. Non è facile capire perché un ragazzo adolescente, prevalentemente di sesso maschile, decida di smettere di vivere ritirandosi all’interno della propria abitazione. Probabilmente le ragioni sono più d’una. In alcuni casi può essere una decisione, in altri una scelta senza alternative, in altri ancora il ragazzo non sa come sia potuto succedere.

Per l’antropologa Claudia Ricci, una delle maggiori studiose di questo fenomeno, Hikikomori non è una malattia ma produce malattia. Per molti ragazzi il ritiro sociale è una sorta di protesta nei confronti di una società sempre più selettiva e alla ricerca della performance. Questo non può però bastare a giustificare una scelta così dura. Gli adolescenti che si ritirano hanno un carattere sensibile, introverso e fragile e hanno spesso subito alcune situazioni traumatiche durante l’infanzia o l’adolescenza, come ad esempio episodi di bullismo. In altri casi, i più gravi, dietro al ragazzo che fa hikikomori c’è un disturbo psichico più importante. In queste situazioni la reclusione domestica non è che il modo in cui questo disturbo si manifesta.

E i videogame c’entrano?

Sì e no. Certamente non stupisce che una società in cui i ragazzi possano sempre più tempo in casa, intrattenendo quindi sempre meno relazioni sociali con coetanei, produca un fenomeno come questo. Le nuove tecnologie, videogame compresi, apparentemente permettono ai giovani di fare a meno dell’altro. Perché uscire con gli amici, rischiando di annoiarsi e magari fare brutti incontri, quando ci si può divertire di fronte a un videogame? Questo non basta a giustificare il ritiro ma in tutti i casi di hikikomori, da un’anamnesi della storia del ragazzo, emerge un grosso investimento nei vari dispositivi tecnologici, videogame compresi.

Una forma di dipendenza da Internet?

Non deve invece trarci in inganno il fatto che un ragazzo ritirato passi tutta la sua giornata di fronte al computer. Semplicemente, non ha molte cose da fare e il computer gli permette di sentirsi vivo e mantenere una piccola porta aperta con la realtà. Mi è capitato, per esempio, di incontrare ragazzi reclusi “campioni” di qualche videogame online piuttosto che giovani hacker. Può sembrare paradossale, ma in alcuni casi il computer diventa una sorta di auto-terapia che il ragazzo si somministra. Hikikomori, allora, non è una dipendenza da Internet anche se, una volta cominciato il ritiro, il ragazzo ha bisogno di Internet per poter vivere.

Quali segnali?

Uno dei segnali di disagio più evidenti a cui porre attenzione è la frequenza scolastica. L’abbandono definitivo della scuola è spesso caratterizzato da alcuni periodi di assenza prolungata gli anni precedenti al ritiro.

La difficoltà nell’accettazione della propria immagine e il senso di vergogna sono altri due aspetti che caratterizzano l’adolescente che si prepara al ritiro. Infine, come si diceva, il rapporto con le nuove tecnologie: stanno, piano piano, sostituendosi alla realtà?

Un ragazzo in difficoltà

Sono queste le domande da porsi di fronte a un adolescente in difficoltà. Una crisi nuova, differente da quelle a cui eravamo abituati, perché è caratterizzata dall’implosione piuttosto che dall’esplosione. Una crisi che certamente riguarda anche il rapporto che un ragazzo instaura con i videogame. Dobbiamo però riuscire a vedere in quel rapporto quasi esclusivo con il computer, gli occhi di un ragazzo in difficoltà che ha trovato in quel modo di vivere l’unico senso possibile da dare alla vita