I social network sono pieni di bambini: chi li protegge?

Scopro da Facebook che è nato il figlio di un mio amico: una piccola mano, un braccialetto che riporta nome e cognome, un cuoricino rosso disegnato accanto. Sotto alla foto tanti commenti, like e reazioni di ogni tipo. Qualche ora dopo mi arriva anche un messaggio su WhatsApp, ma io ho già fatto gli auguri alla mamma e condiviso la notizia con altri amici. Sui social network scorrono ininterrottamente frammenti di vita, ricordi, incontri, pensieri.

Siamo talmente abituati a vivere con un occhio sempre aperto su Facebook che non ci siamo accorti che i social network si sono popolati di minori. Stanno forse poco su Facebook, ma non disdegnano Instagram, Snapchat e Musical.ly, per citarne alcuni.

Troppi bambini sui social: un libro per parlarne

Nasci, cresci e posta, libro che ho scritto insieme al giornalista Simone Cosimi e che è in uscita proprio in questi giorni, parte proprio da questa constatazione: i social network sono pieni di bambini. Nessuno sembra però  preoccuparsene, facendo in questo modo il gioco delle varie piattaforme di social network che possono così accedere ai dati dei minori con grande facilità.

Come si legge nel testo per iscriversi a tutti i social è necessario avere almeno 13 anni. Questo limite di età non è stato inventato da Facebook ma è stato sancito, ormai 20 anni fa, dal Children’s Online Privacy Protection Act statunitense e ha come principale obiettivo la protezione e la tutela dei minori. Dunque, perché se esiste questo limite i social sono pieni di bambini? Non si dovrebbe fare qualche cosa di più per evitare che i minori di 13 anni (dal 2018 l’Unione Europea alzerà questo limite a 16) accedano a queste piattaforme? Perché i genitori non impediscono ai figli under 13 di iscriversi a un social? In altre parole, chi protegge i bambini?

I rischi per i bambini e adolescenti

Non sono pochi i rischi che bambini e adolescenti incontrano quando aprono un account e cominciano a muoversi tra un post e l’altro. I social sono ambienti estremamente complicati e per muoversi in maniera consapevole non basta avere competenze di tipo tecnico. Del resto, proprio gli adulti sono i primi a faticare nel gestire la loro vita sui social e non si capisce perché per bambini e adolescenti questo compito dovrebbe essere più semplice.

I bambini, per esempio, faticano a comprendere che un video postato su YouTube e che magari lo riprende in mutande mentre fa un balletto potrebbe restare online per sempre. Oppure che quella persona simpatica che gli scrive su Clash Royale (che non è un social ma che deve parte della sua fortuna alla sua natura social) potrebbe non essere un bambino. O, ancora, non capisce perché ci siano dei contenuti vietati ai minori ma, com’è nella natura dell’essere umano, è portato ad andarli a vedere.

Per gli adolescenti la situazione cambia, non c’è dubbio, ma anche in questo caso i rischi non sono pochi. Gli adolescenti sono molto sensibili al giudizio dell’altro e il peso di un commento negativo su un social può diventare insostenibile. Un ragazzo può inoltre “nascondersi” dietro al social, manipolare la propria immagine facendo finta di essere quello che non è. Poi, ovviamente, c’è il cyberbullismo di cui tanto si parla e che spaventa il mondo degli adulti. Nonostante si sia già fatto molto in termini di prevenzione e comunicazione, i ragazzi continuano a offendersi e prendersi in giro mediante strumenti digitali, segno che offendere con lo smartphone in mano è particolarmente facile.

Cosa può fare un genitore?

Se le piattaforme e la politica fanno finta di non vedere i minori che popolano la rete, lo stesso non possono e non devono fare i genitori. Il libro, dopo aver spiegato in che modo funzionano i social network e averne messo in luce i rischi, si sofferma sul fondamentale ruolo dei genitori nell’educazione a questi mezzi. Educazione, come si legge nella prefazione firmata dal prof. Giovanni Ziccardi, che deve tornare ad essere un’educazione civica prima ancora che digitale:

“Sono da tempo convinto che prima, e accanto, a un’opera di educazione civica digitale, che da anni si domanda venga introdotta nelle scuole, sia necessaria una nuova opera di educazione civica “tradizionale”, di ritorno alla legalità e al suo insegnamento. I problemi sociali vengono, infatti, prima dei problemi tecnologici, e molte questioni emerse sui social e sulle reti potrebbero essere risolte operando, si diceva, alla base”. Dalla prefazione di Giovanni Ziccardi

Sono infatti proprio i genitori che possono impedire al figlio di iscriversi a un social prima del dovuto e, magari, affiancarlo e sostenerlo quando invece muove i suoi primi passi su Facebook. Sicuramente le piattaforme devono fare di più, ma delegare le proprie funzioni genitoriali a un algoritmo che ha casa in California non è certamente una buona soluzione.

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