The Social Dilemma, da vedere o no?

La scorsa estate mi sono trovata a leggere alcuni saggi sul mondo dei media connessi, tra cui #Addicted di Gea Scancarello, Irresistibile di Adam Alter e Instagram al tramonto di Paolo Landi. Si tratta di testi, più o meno recenti, che con modalità diverse indagano i meccanismi con cui le piattaforme social e di content sharing ci tengono agganciati al loro interno e il modo con cui possono avere un’influenza sulle nostre vite. Sono letture che mi hanno colpito, mostrandomi collegamenti che prima non ero in grado di vedere. Mi hanno invitavano a riflettere sull’influenza che alcune aziende, il cui unico e legittimo obiettivo è il profitto economico, possono avere su di noi. Tanto da voler condividere queste riflessioni con i miei figli preadolescenti.

L’idea da cui parte The Social Dilemma

La premessa che ho fatto vuole chiarire fin da subito che i temi affrontati da The Social Dilemma su Netflix non sono frutto di idee estemporanee, piuttosto di una serie di considerazioni e riflessioni che da anni circolano nella Silicon Valley e non solo. Molti dei personaggi che vengono intervistati nel docufilm si erano già esposti in passato nel dibattito pubblico sul ruolo che i social media occupano nelle nostre vite. Alcuni, ex dipendenti delle Big Tech, già si erano detti “pentiti” del proprio contributo allo sviluppo delle principali piattaforme social (anche se qualcuno giustamente si chiede quale sia la loro posizione rispetto agli ingenti guadagni che hanno ottenuto con esse). Uno dei volti che torna più spesso in The Social Dilemma è infatti quello di Tristan Harris, già dipendente del dipartimento etico di Google, oggi paladino di un nuovo modo di concepire la tecnologia, più rispettoso del benessere delle persone e meno invasivo rispetto alle naturali dinamiche sociali e relazionali. La sua è una posizione apertamente critica nei confronti delle principali piattaforme social e di content sharing e il suo attivismo si esprime attraverso l’azione del Center for Humane Technology che ha fondato con Aza Raskin.

Detto quindi che la preoccupazione circa l’influenza che tali media hanno sulle nostre vite e su quelle dei nostri figli è legittima, altra faccenda è come gli autori del docufilm abbiano deciso di affrontare tali tematiche per comunicarle e renderle “digeribili”  per il grande pubblico.

Una narrazione debole

L’idea di associare una parte narrativa alle interviste è funzionale a spiegare mediante la drammatizzazione molti dei complessi contenuti che gli ex manager della Silicon Valley riferiscono. Le interviste vengono infatti intervallate dalla storia di una famiglia americana alle prese con il mondo connesso. In particolare, si seguono le vicende dei tre figli che, ciascuno con armi più o meno spuntate, sono chiamati a gestire le complessità della cosiddetta “onlife”, la vita sempre connessa, sin da giovanissimi. Vengono così messe in scena le loro debolezze, dalla dipendenza da smartphone alla vulnerabilità rispetto al dilagare delle fake news, dal disagio psicologico (per esempio, il non sentirsi all’altezza dei modelli estetici proposti dalla rete) all’incapacità di porre dei limiti per tutelare la propria privacy e la vita familiare.
Se in queste scene ragazzi e adolescenti si possono riconoscere, lascia invece un po’ perplessi la rappresentazione della famosa copia digitale degli utenti che i social network ricostruiscono carpendo le loro informazioni, quella ‘voodoo doll‘ (il copyright è di Tristan Harris) in cui imparano a infilzare gli spilloni perché reagisca nel modo che loro desiderano. Ecco, è probabilmente questo l’acme della vena apocalittica del docufilm, che qui mostra il suo fianco debole. Per arrivare a colpire l’audience finisce infatti per utilizzare alcune delle strategie più diffuse nella comunicazione sui social media: la polarizzazione del dibattito su posizioni contrastanti (i buoni e i cattivi) e un certo sensazionalismo e allarmismo, che rischiano di spaventare più che coltivare consapevolezza.

The social dilemma

Il dibattito sollevato in rete

The Social Dilemma, nonostante sia stato trasmesso su una piattaforma on demand a pagamento, ha avuto molta risonanza e ha sollevato un vivace dibattito in rete. Troviamo che questo sia il suo più grande merito: aver sollecitato presso il grande pubblico, anche di giovanissimi presenti in quantità su Netflix, uno sguardo più attento e critico sul sistema di comunicazione che tanto profondamente ha modificato le nostre vite nel giro di pochi anni.

Una prima ondata delle reazioni, espresse proprio sui social network, ha visto emergere soprattutto l’indignazione e la preoccupazione che il docufilm vuole del resto sollevare. Si è levata anche la voce di esperti, come quella del medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva Alberto Pellai che ha trovato sponda nelle condivisioni e nei commenti di moltissimi genitori. In seconda battuta, sono seguiti interventi più critici nei confronti dei toni apocalittici del film, che miravano a sottolineare anche la parzialità dei punti di vista presi in considerazione. Qualcuno ha infatti riportato che il docufilm da un punto di vista scientifico sarebbe poco attendibile (vedi quanto dichiarato dallo psicologo Andrew Przybylski). Altri hanno evidenziato il conflitto di interessi di Netflix: è noto che la piattaforma funzioni a sua volta mediante un algoritmo che studia i consumi degli iscritti per proporre loro nuovi titoli che li tengano agganciati, attivando espedienti come l’autoplay degli episodi per favorire una visione binge.

Insomma, alla fine consigliamo The Social Dilemma per una visione condivisa con i figli?

Sì, lo consigliamo. Ovviamente i figli in questione devono conoscere ciò di cui si sta parlando, ossia  social network e motori di ricerca, e devono essere almeno preadolescenti per comprendere il linguaggio utilizzato. Se più giovani, rischiano di cogliere solo toni allarmati e paura e non i contenuti del docufilm. Il nostro consiglio è di far seguire comunque un confronto dopo la visione, non tanto a base di “visto, te lo avevo detto!”, quanto di riflessioni condivise su quello che osservano nel loro quotidiano.