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Kid Influencer: quei bambini esposti davanti agli schermi

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© YouTube – KittiesMama

Kid Influencer: ecco uno dei cento trend che più si diffonderanno nel 2018. A rivelarlo è uno studio dell’agenzia J. Walter Thompson. Certo, il fenomeno dei bambini e dei ragazzi “influencer” non è una novità, come dimostra l’altissimo numero di visualizzazioni su alcuni canali YouTube che hanno come protagonisti bambini e bambine, o la sempre più diffusa presenza di baby star sui social o in programmi e spot televisivi.

Il dibattito sul tema è abbastanza acceso, tra opinioni ed esperti spesso in contrasto tra loro, vademecum e corse ai ripari di ogni genere. Lungi dal confezionare un ennesimo giudizio, facciamo un passo indietro e cerchiamo di mettere ordine in quello che, tra qualche mese, potrebbe diventare l’argomento dell’anno.

Il caso YouTube, tra contenuti non appropriati e giri d’affari milionari

youtube kids

Su YouTube (la piattaforma per i video di proprietà di Google) la presenza di kid influencer, di bambini e bambine, soli o accompagnati dai loro familiari, è un dato oggettivo e i casi sono numerosi.

Un esempio? Il canale “Daddy OFive”, finito nella bufera per gli scherzi di cattivo gusto che un padre faceva ai propri figli, con la collaborazione della matrigna. “Scene”che hanno scatenato la disapprovazione del popolo del web e l’ira della mamma dei bambini, la quale ha chiesto che al suo ex marito venisse tolta la custodia sui figli.

Insomma, il rapporto dei bambini (fruitori e attori) con YouTube è complesso e presenta ancora molte zone d’ombra. Si pensi, ad esempio, al legame tra bambini, pubblicità e Youtube. Quello che emerge è uno scenario che vede coinvolti molti soggetti.

Prendiamo come caso esemplare il canale “KidToyTesters”, con 303.682 iscritti. Nella descrizione si legge: «KidToyTesters è un canale creato dai bambini per testare gli ultimi giocattoli e giochi. Realizziamo contenuti divertenti adatti alle famiglie e diamo vere opinioni sui giocattoli e sui giochi con cui giochiamo». I protagonisti, in questo caso, sono cinque cugini del Nebraska. Come si legge ancora nella descrizione, il più piccolo di loro ha 3 anni e il più grande 15. In un articolo pubblicato sul sito Businessweek, lo scorso ottobre, uno dei genitori racconta il giro d’affari che c’è intorno alla promozione dei giocattoli da parte di questi bambini: solo per il 2017, il guadagno è pari a 140 mila dollari.

Un’idea fruttuosa non solo per queste famiglie, ma anche per le case produttrici di giochi. I consumatori della cosiddetta “generazione Zeta” (nati tra il 1995 e il 2010) hanno, infatti, affermato che preferiscono acquistare un prodotto, se un influencer da loro seguito lo ha recensito positivamente su Internet. Di qui la scelta di impiegare gli youtuber nella pubblicità di prodotti. L’esempio nostrano è quello di Favij, lo youtuber ventenne che vanta ben 4.168.770 iscritti sul suo canale YouTube e che recentemente è stato scelto da un’azienda produttrice di giochi come testimonial per alcuni prodotti elettronici per bambini, nonostante il linguaggio non proprio infantile e non sempre gentile che usa nei suoi video.

E mentre le baby star spopolano su YouTube, più o meno inconsapevolmente, il colosso dei video inizia a chiarire meglio il suo doppio ruolo di promotore – filtro di situazioni che potrebbero ledere i diritti dei bambini.

Solo qualche settimana fa era scoppiato il caso di YouTube Kids, la piattaforma per bambini (disponibile in 37 paesi, ma non in Italia), accusata di veicolare contenuti violenti e non appropriati a un pubblico di minori. Era successo che, in alcuni video, personaggi molto conosciuti e amati dai più piccoli si comportassero in maniera decisamente strana, violenta e inadatta all’età degli spettatori. La famosa Peppa Pig, per esempio, si mostrava nell’atto di bere candeggina. Un’attività pericolosa che potrebbe non essere percepita come tale da tutti i bambini, con il rischio gravissimo di emulazioni.

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Di qui le tantissime segnalazioni. Come quella del New York Times e dello scrittore James Bridle, il quale ha denunciato che:

«Qualcuno o qualcosa o una combinazione di cose e persone sta usando YouTube per spaventare, traumatizzare e abusare sistematicamente dei bambini, in maniera automatica e scalabile».

Il filtro, preposto da YouTube per selezionare i contenuti da destinare ai minori, è stato ampiamente aggirato. L’algoritmo da solo non è bastato a impedire che su YouTube Kids transitassero scenette demenziali o volgari che non solo erano prive di intenzioni pedagogiche, ma al contrario si sono rivelate fuorvianti per i bambini. Ma cosa c’è dietro questa beffa all’algoritmo? Naturalmente il business: quello delle società che producono questi video, superando i controlli, e che si arricchiscono grazie ai milioni di visualizzazioni e alla raccolta pubblicitaria connessa.

E proprio la pubblicità, il più importante introito di YouTube, si è rivelata recentemente un’ennesima patata bollente. Alcuni brand (vale la pena citare Mars e Adidas) hanno deciso di interrompere le loro attività di advertising online su molti canali della piattaforma, dopo che alcuni video che mostravano bambini sono stati presi di mira da commenti sessualmente espliciti da parte di pedofili, o dopo che la pubblicità del proprio marchio è comparsa in filmati in cui i bambini e le bambine protagonisti erano ripresi in contesti inappropriati.

Alle prese con una bufera che tocca molti ambiti (società che ingannano l’algoritmo, in beffa al rispetto per i bambini; mini divi incoraggiati da brand e sponsor; pedofili tra i commentatori abituali) e con un sistema di sicurezza non proprio impeccabile, al colosso YouTube non restava che correre ai ripari. Così il sito ha annunciato di aver chiuso 50 canali, rimuovendo quei video che veicolavano messaggi inappropriati o in cui i bambini apparivano in uno stato emotivo sofferente o di disagio. Sono state, inoltre, messe a punto delle regole precise per evitare la pubblicazione di video che, seppure inconsapevolmente, minino la serenità dei minori.

La piattaforma ha promesso anche di collaborare con associazioni che operano a difesa dei minori e di assumere personale che si occupi di effettuare i controlli sui video (saranno 10 mila i “controllori” che YouTube potrebbe assumere nel 2018). «I revisori umani rimangono essenziali sia per rimuovere i contenuti sia per addestrare i sistemi di machine learning (sistemi di apprendimento automatico che individuano i contenuti da rimuovere, ndr), perché il giudizio umano è fondamentale per prendere decisioni che tengano conto del contesto di ciascun contenuto», ha spiegato Susan Wojcicki, amministratrice delegata della piattaforma. Ma è ai bambini e ai ragazzi che YouTube si rivolge più esplicitamente, raccomandando di non girare e pubblicare video che non piacerebbero alle nonne.

Bambini sui social: Facebook, Instagram e Musical.ly

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Non meno affollati sono gli altri Social Network: Facebook e Instagram in modo particolare. Qui, bambini e bambine che non hanno ancora imparato a camminare o a parlare hanno già migliaia di follower che seguono il racconto fotografico della loro vita, fin dai primi mesi. Anche in questo caso, gli esempi sarebbero numerosi. Soprattutto se sommiamo a questi bambini “mostrati” in “pubblico” (poiché spesso sono fotografati in fan page o profili pubblici, cioè visibili a tutti), quelli che vengono fotografati sui profili privati (ma comunque visibili dagli amici) dei loro genitori e parenti vari, con tutte le problematiche legate alla tutela della privacy che hanno portato recenti sentenze a imporre sanzioni pecuniarie ai genitori che pubblicano foto dei figli sui social. Per non parlare, poi, delle “microcelebrities”, i bambini che diventano famosi già da quando sono nel grembo materno. Non dobbiamo lasciare i confini del Belpaese per avere degli esempi.

Per fare una previsione, tutt’altro che ironica o iperbolica, verrebbe da pensare che tra qualche decennio questi bambini cercheranno il loro passato direttamente su Facebook. Non ritaglieranno più le loro fotografie dagli album di famiglia per incollarle sui diari, ma leggeranno migliaia di reazioni e di commenti sulla loro prima poppata. Naturalmente, il confine tra la condivisione dei momenti più belli della vita di un bambino (dall’attesa, alla nascita, ecc) e la possibilità di guadagnare, associando la sua immagine a un brand, è molto sottile. E anche molto esplorato, se si pensa a tutte le attività commerciali e promozionali attive.

musical.ly

Una menzione a parte merita Musical.ly, una piattaforma che solo in Italia ha già coinvolto 4 milioni di adolescenti e preadolescenti, che postano i propri video mentre cantano in playback canzoni famose. Gli iscritti, spesso più giovani dei 13 anni, l’età minima rischiesta dalla maggior parte dei social, possono essere seguiti da altri profili. In questo sorta di seguito virtuale, nascono delle vere e proprie star: i “musers”, come si chiamano su Musical.ly. Alcuni di questi ragazzini hanno già decine di milioni di follower, per il solo fatto di aver caricato video in cui cantano in un karaoke muto, spesso imitando cantanti e personaggi famosi.

Aspiranti “divi” crescono. Realmente talentuosi? Non è importante. «Non sono per niente brava», dice Elisa, 14enne italiana con un milione di follower su Musical.ly, in un’intervista al Corriere della Sera. Ha superato la prova bullismo (si sa, succede sul web) e ha gestito l’account Musical.ly di un brand di moda, naturalmente a pagamento. Insomma, la musica non è proprio la cosa più importante su Musical.ly. Ciò che conta è farsi conoscere. Obiettivo che molti degli iscritti stanno raggiungendo. A Roma, lo scorso maggio, si è anche tenuta una sfida live tra musers.

Insomma, in questo come in altri social, il passo tra uso e abuso è tristemente breve. Così succede che alcuni si iscrivono per divertimento e mantengono con il sito un rapporto sano ed equilibrato; altri, invece, corrono il rischio di finire intrappolati in competizioni non sane tra teenager assetati di popolarità, che cercano di usare questa (e anche altre app) come trampolino di lancio verso il successo. Un successo che oggi, inutile dirlo, è sul web.

Sempre più bambini e adolescenti sono, dunque, a contatto con il web e con i social in particolare, in più ruoli. I minori sono oggetto di contenuti multimediali, ma ne sono anche fruitori, costituendo spesso il pubblico a cui quei contenuti si rivolgono.

Il dibattito sui rischi che derivano dalla pubblicazione di contenuti legati ai minori in rete – va da sé – è ampissimo e molto complesso. In questo senso, nella vastità di opinioni, ci sono alcuni punti fermi. Per esempio il “Children’s Online Privacy Protection Act” (la legge statunitense per la protezione dei minori in rete del 1998, poi aggiornata) che fissa le regole per la raccolta dei dati dei bambini online ed ha portato molti social network a fissare a 13 anni l’età minima per iscriversi sulle piattaforme. Un limite spesso trasgredito da tantissimi minori che mentono sulla propria età, pur di iscriversi ai social network, dichiarando nei vari format di iscrizione di avere un’età maggiore rispetto a quella che realmente hanno. Una pratica pericolosa (sono tantissimi i rischi legati alla presenza dei minori sul web: sexting, adescamento online, cyberbullismo), ma molto comune e ben nota a Facebook che ha pertanto deciso di introdurre “Messenger Kids”, una nuova applicazione per i bambini, che si utilizza però con l’account dei genitori e che affida a questi ultimi il controllo sui contatti con cui far interagire i propri figli. Al momento la nuova app sarà disponibile solo negli Usa e solo per iPhone e iPad; presto potrebbe migrare anche su dispositivi Android e Amazon, mentre ancora non si sa quando lascerà i confini americani per arrivare nel resto del mondo.

Bambini in pubblicità e tv

E che dire, allora, dei bambini che compaiono nelle pubblicità? Molti sono coinvolti in messaggi promozionali che nulla hanno a che fare con il mondo dell’infanzia. Altri sono protagonisti di film o trasmissioni televisive. Ne ricordiamo tanti con piacere, perché – si sa – i bambini sono associati a un’idea di innocenza e purezza e un messaggio che passa dalla loro voce non può che essere accettato, o almeno ascoltato. Il riferimento normativo da tenere in considerazione, in questo caso, è la circolare n.67 del 1989 del Ministero del Lavoro, che regola l’impiego dei minori nel mondo dello spettacolo, al fine di salvaguardarne il benessere psicofisico.

Si consideri, anche, la Carta di Treviso, il protocollo che regola il rapporto tra tutela dell’infanzia e diritto di cronaca, rivolto a tutti gli operatori dell’informazione, i quali sono tenuti ad autoregolamentarsi, privilegiando come interesse superiore il benessere del minore. Le regole della Carta di Treviso si estendono e devono essere osservate anche sugli strumenti digitali.

Un promemoria per il nuovo anno

Il 2018 è appena iniziato; se è vero – come sostiene l’agenzia J. Walter Thomson – che i baby e kid influencer aumenteranno, e se è vero – come è vero – che le opinioni sulla presenza dei bambini nei mass media sono ancora molto controverse, quello che possiamo fare è ripassare qualcosa che ci sarà molto utile, in questo come in tutti gli ambiti della nostra vita, di quella dei bambini e di quella che trascorriamo insieme a loro (come genitori o familiari, insegnanti, educatori, amici,ecc): la Convenzione sui diritti dell’Infanzia.

Consultare questo documento ci aiuterà a comportarci con rispetto, quando veniamo a contatto con minori o con contenuti legati ai minori, ci guiderà a produrre e condividere contenuti che siano realmente idonei ai più piccoli e, infine, ci renderà più capaci di guidare i bambini e i ragazzi verso un uso consapevole e sano del web.