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YouTube Kids, la pubblicità e i contenuti gratis

All’inizio dell’anno YouTube ha lanciato YouTube Kids, un’app che dichiarava di voler rendere la visione dei video su YouTube “child-friendly”, come abbiamo raccontato in un post dello scorso febbraio, consentendo ai genitori di impostare dei filtri sui contenuti e sui tempi di utilizzo. 

A distanza di qualche mese dal lancio sul mercato americano, alcune associazioni accusano l’app di non filtrare video promozionali su cibi considerati poco salutari. Sotto accusa sono una serie di video con contenuti pubblicitari di marchi noti come la Coca Cola e i biscotti Oreo, che negli USA si impegnano dichiaratamente a non indirizzare le proprie attività di marketing ai bambini.

La vicenda solleva l’annoso problema della pubblicità all’interno dei programmi e dei canali per i più piccoli, presenti persino all’interno del palinsesto di pay tv. Ma nel caso di YouTube Kids acquista delle nuove valenze, su cui occorre riflettere. Innanzitutto, il consumo di video attraverso Internet è una delle attività preferite dei bambini ed è in costante crescita. Il consumo di video via Internet nella fascia d’età 2-11 è cresciuto nel 2014 dell’87% (Dati Ofcom 2014). 

YouTube (e quindi Google, che ha acquisito il canale video nel 2006) se ne è ovviamente accorto e ha pensato di offrire un’app dedicata agli utenti più giovani, per rispondere alle inquietudini dei genitori rispetto alla fruizione di contenuti non appropriati.  Il filtro dei contenuti pubblicitari è però altra cosa su cui il colosso tech difficilmente mollerà il colpo, nonostante le dichiarazioni d’intenti. Anche il filtro di parental control disponibile nella versione desktop di YouTube si applica ai contenuti “per adulti” ma non alle pubblicità.

YouTube e il sistema Google funzionano in base agli introiti pubblicitari: io utente non pago per guardare un video su YouTube o effettuare una ricerca su Google. Paga per me l’inserzionista. Il prezzo dei contenuti o dei servizi di cui fruisco come utente è l’esposizione alla pubblicità (con buona pace dei vari sistemi di Ad block). La gratuità dei contenuti è un’illusione collettiva che rischiamo di pagare a prezzo elevato, soprattutto nel momento in cui i destinatari sono i bambini.

Come saranno i contenuti digitali per bambini se vengono decisi da una società che di mestiere non fa l’editore ma il venditore di pubblicità? Nel momento in cui scarico un’applicazione gratuita per mio figlio, mi chiedo come campa la società che l’ha prodotta (esclusi i casi di filantropia)?

Quando parliamo di bambini, la produzione e distribuzione di contenuti digitali non può rimanere appannaggio di società che perseguono legittimi obiettivi commerciali, ma certamente non obiettivi educativi e di intrattenimento privi di risvolti pubblicitari. Perché questo accada i genitori devono imparare a pagare per un’app, un video o un ebook, così come fanno per un libro e gli editori di letteratura per l’infanzia devono uscire dalla loro riserva indiana e avventurarsi coraggiosamente nel mondo tech.