Beyond (media) education. Un congresso internazionale a Roma

L’Intelligenza Artificiale sta prendendo il controllo dell’evoluzione umana? Sta influendo su chi siamo? Siamo alla fine dell’era dell’informazione? Quella che viene nostalgicamente definita ‘truth age’, ovvero il vecchio ordine dell’informazione, può essere solo rimpianta e non più restaurata?
Queste sono alcune delle domande che hanno aperto i lavori del convegno International Media Literacy and Research Symposium, tenutosi a Roma dal 4 al 6 giugno presso la John Cabot University. L’evento riunisce una community internazionale, a forte presenza anglosassone, che a cadenza biennale si ritrova per aggiornarsi sullo stato del mondo dei media e dell’informazione e per approfondire i temi portanti di Media Literacy e Media Education.
Magnifica Humanitas, un’IA dai confini umani
Nell’incontro di apertura, Monsignor Paul Tighe, segretario del Dicastero per la cultura e l’educazione, e Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, hanno introdotto i temi dell’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV. Nel messaggio del pontefice, le risorse dell’Intelligenza Artificiale devono essere aperte a tutti, così come il dibattito su questa tecnologia, che deve coinvolgere tutte le comunità, non solo quella cristiana. L’IA sta accelerando processi già in atto, talvolta anche distruttivi, e sta impattando sulla stessa natura umana, configurandosi più come un’entità agentica che come semplice strumento. Ma poiché è l’uomo a crearla, è fondamentale che nel farlo ‘disarmi’ le strutture che potrebbero diventare letali, mantenendo saldo l’orizzonte della dignità umana. Al centro deve restare la human agency.
Beyond (media) education
Particolarmente incisivo l’intervento di David Buckingham, studioso dei media e pioniere della Media Education, che ha tracciato nuovi percorsi per gli addetti di questa area di studi. L’accademico inglese ha evidenziato come siamo tutti concentrati sui sintomi e non sulle cause dell’information disorder che ha portato al collasso il sistema dell’informazione. La Media Education deve continuare ad agire nel campo educativo, ma nella consapevolezza di poter essere solo una parte della risposta.
I problemi del mondo dei media nell’ultimo decennio si legano a dinamiche economiche e politiche più ampie. Per questo le soluzioni non vanno cercate solo nelle aule, applicando la cosiddetta info-inoculation (somministrando checklist e consigli). Occorre una riforma dell’educazione stessa, che vada oltre il semplice trasferimento di conoscenze; servono regolamentazioni delle piattaforme e delle aziende che le gestiscono, perché operino nel rispetto della conoscenza e del bene pubblico. È necessario, in definitiva, rivolgersi ai governi per chiedere riforme strutturali e soluzioni anche di carattere politico.

Le buone pratiche della media education
Nel corso del convegno ampio spazio è stato dato alle buone pratiche di Media Education coltivate nelle scuole e nelle istituzioni culturali dei paesi coinvolti, dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna fino ad Australia, India, Brasile, Filippine, Hong Kong e Portogallo. Sono state presentate iniziative come NewsWise (vedi anche NewsWise Italy), un programma UNESCO promosso dalla The Guardian Foundation per bambini dai 9 agli 11 anni che insegna a riconoscere le fake news e promuove l’engagement civico, mostrando un legame positivo tra le due competenze. O come il Museum of Australian Democracy, che contrasta il calo di competenze civiche nei giovani australiani stimolando pensiero critico, curiosità ed empatia, per arrivare a vivere la democrazia come qualcosa di attivo e personale.
Diverse iniziative vengono dal mondo universitario e si rivolgono a scuole e contesti educativi formali e non. È il caso di Pixel Media (Università di Bologna), un videogioco narrativo che immerge ragazzi dai 16 anni in su in simulazione di ambienti mediatici per sviluppare pensiero critico su disinformazione e algoritmi anche attraverso risorse digitali e materiali per educatori. Dal mondo accademico arriva anche un Autonomous Collaboration Model per l’AI literacy, elaborato da Alice Y.L. Lee della Hong Kong Baptist University: in un’era in cui le persone lavorano fianco a fianco con l’AI, l’obiettivo non è rifiutarla né dipenderne, ma diventarne partner consapevoli. Il modello punta all'”autonomia collaborativa critica”, ad usare l’AI con competenza mantenendo giudizio indipendente, così da fare da filtro critico agli output generati.
Lo showcase delle realtà italiane
La giornata di sabato ha dato spazio alle associazioni e alle realtà che in Italia studiano e diffondono Media Education e Media Literacy. Anche Mamamò ha presentato l’attività di divulgazione che svolge attraverso la sua Academy, insieme a Dataninja, Edunext, Cremit, Med (Associazione Italiana Media Education), Dora-Pagella Politica e Sapere Digitale. Un confronto prezioso, che ha messo in luce quanto sia urgente costruire linee d’azione condivise per l’educazione digitale nel nostro Paese.