Acquisti in-app, responsabilità condivise

Acquisti in-app, responsabilità condivise

Prima Apple e poi Amazon, due grandi appstore online sono stati coinvolti in processi che li vedono sotto accusa da parte di genitori che hanno scoperto pagamenti online realizzati mediante le loro carte di credito e di cui erano completamente all’oscuro. I soldi erano infatti spesi dai figli, assidui giocatori di Angry Birds, Tap Zoo e Ice Age Village, che giocando su tablet e smartphone avevano speso centinaia, a volte migliaia di dollari attraverso i famigerati in-app purchase.

Negli appstore più famosi sono infatti molte le app del modello cosiddetto “freemium”, app (soprattutto di gioco) che si possono scaricare gratis e che successivamente propongono acquisti per consentire l’accesso a livelli di gioco o gadget che amplificano il gameplay. Per esempio, la recente app Minion Rush, uscita in concomitanza con il lancio della seconda puntata di Cattivissimo Me, propone degli acquisti in-app per saltare i livelli o avere Minion più potenti, in poche parole per “vincere facile”; senonché il costo di alcuni dei personaggi più potenti arriva fino a 44,99 euro. 

Costi sconcertanti, soprattutto considerando che si tratta di un gioco rivolto ai bambini, che sono ovviamente attratti da queste caratteristiche aggiuntive, vogliono sperimentare l’esperienza di gioco in modo completo e spesso non hanno consapevolezza della sproporzione tra il valore del bene virtuale che stanno acquistando e il suo costo effettivo. Così ai genitori che lasciano nelle mani dei figli i device e non hanno impostato password e inibizioni di acquisti in-app, può capitare di incappare in amare sorprese guardando l’estratto conto della carta di credito a fine mese. Apple, Amazon e Google guadagnano a loro volta sugli acquisti in-app fatti attraverso app scaricate dai loro store. Per questo i genitori malcapitati si stanno rivalendo legalmente su di loro attraverso class action milionarie.

La questione degli acquisti in-app in relazione ai bambini in realtà chiede un’assunzione di responsabilità più ampia, che va oltre il ruolo degli appstore. Se Amazon già dall’anno scorso ha stabilito che la password è obbligatoria per finalizzare anche gli acquisti in-app, Google ha annunciato proprio in questi giorni che non utilizzerà più l’espressione “gratis” nel suo store quando i giochi contengono acquisti in-app, conformemente a una richiesta della Commissione Europea. Apple ha da tempo creato una categoria apposita sul proprio store dedicata ai bambini, con regole stringenti per gli sviluppatori. Ma se gli store, anche su stimolo delle autorità, devono cercare di darsi delle regole condivise, a essere chiamati in causa sono anche gli sviluppatori e, ebbene sì, i genitori.

Sono ormai moltissimi gli editori che realizzano app per bambini e si sforzano di farle a regola d’arte: graficamente accurate, educative e prive di acquisti in-app, con protezione tramite gate parentale dei link che portano all’esterno e una politica trasparente nella raccolta di dati personali. Stiamo parlando di realtà affermate e internazionali come Toca Boca, Les Tois Elles, Nosy Crow, Courious Hat, ma anche delle italianissime Elastico, Minibombo, Ebook&Kids. Perché allora, come giustamente si chiede Stuart Dredge su TheGuardian, ci sono così tanti genitori che scaricano per i propri figli app di gioco spesso gratuite al download ma poi puntuali nel proporre acquisti per decine e decine di euro durante l’utilizzo? Perché, piuttosto, non considerano le app appositamente sviluppate per i bambini e che si impegnano alla protezione dei dati sensibili e alla tutela dei diritti digitali dei più piccoli?

In fin dei conti, come madri (e padri) scelgono con cura libri, giocattoli e titoli di film da sottoporre ai figli, sarebbe opportuno fare lo stesso con le applicazioni. Se un bambino spende moltissimi soldi con acquisti in-app senza che il genitore lo realizzi, probabilmente si sta verificando un deficit di attenzione. Per evitare che questi episodi si verifichino esiste innanzitutto la possibilità di inibire gli acquisti in-app sui device, ma sarebbe opportuno in primis prendere visione di come giocano i bambini su tablet e smartphone e delle caratteristiche delle app che utilizzano. Insomma, meglio sarebbe farsi un’idea su chi sono gli sviluppatori, sulle logiche di guadagno che applicano (a volte un po’ troppo scaltre se a fruire il gioco sono anche, magari inaspettatamente, i bambini), sull’idoneità dei contenuti e della grafica proposti.

Se una maggiore trasparenza e l’adozione di regole condivise a tutela dei diritti digitali dei minori porterrebbero sicuramente benefici ai bambini (e anche al mercato), di non secondaria rilevanza è che i genitori continuino a esercitare la loro facoltà di scelta anche quando si tratta di “questioni digitali”, senza abdicare al loro ruolo di educatori. E voi cosa ne pensate?